Tutte le strade portano a Roma. E da qui ripartono.

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Ammetto che sto scrivendo queste parole a risultato referendario acquisito. Questo inevitabilmente colora l’esperienza che ho, abbiamo, vissuto con tinte diverse. Non di tristezza o di delusione, come si potrebbe pensare, ma di convinzione rafforzata, di impegno rafforzato. E proverò a spiegarlo nelle righe finali.

Venerdì si parte con l’ultima tappa di questo cammino, che all’inizio tutti guardavano con scetticismo (al massimo come una pura trovata mediatica) e, invece, si è rivelato un percorso di crescita assolutamente incredibile. Per me, per le persone che mi hanno accompagnato e, in qualche modo, per coloro che abbiamo incontrato sulla strada. La sorpresa che leggevo nei loro volti, nel vedere qualcuno che si muove, va lento e si sacrifica per le proprie idee è qualcosa che cancellava, anche nei momenti più duri, la fatica. L’ultima tappa ha a Ciampino la sua partenza. Davanti a un’edificio postale c’è uno slargo. Ci sono una decina di persone. Ci raggiunge anche Giovanni Terzulli, il sindaco della cittadina. La campagna elettorale sta per concludersi, ma l’entusiasmo è ancora alto. La giornata è bella, il sole aiuta sempre il buonumore. Prendiamo le bandiere e si parte. Camminiamo sereni lungo le vie. Si parla della vita comune, dei problemi della comunità cittadina, dei miglioramenti che si avrebbero con il referendum. C’è un clima di normalità e fiduciosa progettualità che mi rassicura, in qualche modo. Passiamo attraverso due piccoli mercati. Alcuni passanti dialogano. Altri si ritraggono scostanti. Alcuni urlano da lontano, come fossimo dei nemici. E neanche alla ricerca di confronto sono disposti a parlare. Ci rimango male. Spero davvero che questa rabbia proiettata all’esclusione riesca a incanalarsi verso una capacità di proposta.

Alla fine del lungo giro cittadino gli amici di Ciampino ci lasciano alla parte più sostanziosa della tappa: percorrere l’Appia Antica fino a Roma. 

Siamo un gruppetto. Andiamo. Superiamo un passaggio a livello. Costeggiamo l’aeroporto con la normale attività di partenze e arrivi. Il rumore è notevole. C’è da attraversare una rotonda che sovrasta la galleria dove scorre il traffico. Pochi metri e inizia il silenzio. Una sbarra a delimitare l’ingresso. Qualche erba di troppo, che non impedisce di riconoscere il tracciato antico. In pochi metri il salto è di svariati secoli. Camminiamo nel sole della tarda mattina. Incrociamo qualche runner e qualcuno in bicicletta. Sono già per il sì. Non per merito nostro, ma va bene lo stesso. Due signore che passeggiano ci fanno i complimenti per l’impegno. Anche loro per il sì.

La bellezza del lastricato romano, della campagna intorno e dei monumenti che risentono degli insulti del tempo non sono in grado di descriverla. Va vissuta. E consiglio a tutti di farlo.

Arriviamo poco prima del monumento di Cecilia Metella, ci fermiamo per mangiare un piatto di pasta rapidamente. 

Svoltiamo sulla destra. Abbandoniamo la storia e torniamo nel presente. Via Appia Nuova è la quintessenza della Roma di oggi. Colli Albani è qualche centinaia di metri dopo. Nello slargo, vicino al capolinea degli autobus, qualcuno ci attende. Un pò sono teso. Sia perchè è davvero la fine, sia perchè fare una manifestazione politico-civica per la strada, con le persone invitate semplicemente è insieme un atto di coraggio e di incoscienza. O forse di fiducia.

Considerando le persone che lentamente arrivano, direi l’ultima. Siamo oltre sessanta. Ci sono gli amici dell’associazione, ma non solo. Qualche breve parola prima di partire. Parla l’amico Giovanni Zannola, parla Ileana Piazzoni, deputata e commissario del Partito Democratico del Municipio Settimo. Parlo anch’io e la fine è davvero vicina. Mi spiace. Ma l’orgoglio di quello che vedo intorno a me è più forte della malinconia personale. Il clima è gioviale. Bandiere, felpe e magliette. Tutti manifestano con orgoglio la voglia di cambiare l’Italia.

Scende la sera. Le luci della città ci accolgono calorose. Partiamo con la nostra manifestazione, in strada, tra le persone che vivono, tornano a casa, fanno la spesa. Qui, deve ritornare la politica. Facciamo volantinaggio, con pacatezza. Molti si fermano. Molti ci guardano male. Però nella sincerità delle intenzioni e delle posizioni si riesce, per fortuna, a evitare la contrapposizione ottusa che va spesso in scena in questo periodo. A metà del tragitto ci raggiunge in bicicletta Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera. A quel punto saremo quasi un centinaio. La conclusione è fissata poco prima di Furio Camillo. Giachetti spinge a un ultimo sforzo di coinvolgimento. Faccio altrettanto anch’io. E saluto. Lentamente si scioglie la manifestazione. Rimango ancora un pò. Sono stanco. Rimango ancora un pò. Penso che è così che voglio fare la politica. Partecipazione e impegno.

Il referendum l’abbiamo perso. L’occasione di cambiamento, sulla quale con convinzione Matteo Renzi aveva investito l’opera del suo governo, è stata mancata. C’è da ringraziare Renzi per il coraggio, per la lucida volontà con la quale ha combattuto per il rinnovamento. Ancor più c’è da ringraziarlo per il rigore con il quale, preso atto della sconfitta, ha deciso di dimettersi. Anche dalla parte della sconfitta ci sono azioni e atteggiamenti che incitano al cambiamento. Abbiamo perso un’occasione, è vero. Il percorso di un riformismo che sappia creare una comunità capace di includere non è certo interrotto.

Per parte mia, per parte nostra, mi piace pensare che il cammino riparta da quel marciapiede di Via Appia. Tra le persone, nella via della vita quotidiana. Che riparta da una comunità capace di guardare al futuro insieme. Che riparta dai chilometri ancora da fare, dalle persone da incontrare. E dall’idea che, se la politica è qualcosa o ha qualche valore, lo ha insieme agli altri. 

Da qui, nonostante la sconfitta, ripartiamo.

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